Incontro con i veri custodi della terra: il popolo San in Namibia. Parte1

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Chi sceglie di intraprendere un viaggio in Africa australe è sicuramente mosso dalla curiosità di visitare luoghi diversi e lontani, dal desiderio di immergersi in una natura prorompente ed emozionante vista tante volte in bellissimi documentari. Ma non va dimenticato e sottovalutato l’arricchimento personale che ci viene dall’incontro con popolazioni che ancora vivono in totale armonia e simbiosi con la natura e le sue leggi, per scelta, tradizione, necessità, o semplicemente perché così è e deve essere… Nel mio viaggio in Namibia, questo magico momento l’ho vissuto nell’incontro con alcuni autentici rappresentanti degli antichi popoli San e Himba.

Minuti e piccoli di statura, zigomi alti e occhi dal taglio orientale, carnagione olivastra che invecchia prematuramente rendendoli molto rugosi, i Khoi San, (noti anche come Boscimani, uomini del bush, dal nome attribuito loro dagli inglesi) vivono da oltre 20.000 anni nell’area del deserto del Kalahari, di cui una parte si trova oggi dentro i confini della Namibia. Oggi molti di loro si sono avvicinati alla cultura contemporanea ed entrano in contatto con noi viaggiatori nei Living Museums, villaggi aperti ai visitatori, dove mostrano le antiche tradizioni San e tramandano la loro ancestrale cultura. E’ dal racconto di un simpaticissimo giovane San, conosciuto nella mia visita ad uno di questi “musei viventi”, che ho scoperto ad esempio che l’invenzione del Braai, il tanto amato barbecue sudafricano, così come del Biltong, l’appetitosa carne secca, sono da attribuire proprio al popolo San in Namibia!

Nomadi raccoglitori e cacciatori, i San si cibavano principalmente di radici e bacche, di insetti, scorpioni, rane e serpenti e quando riuscivano a cacciare selvaggina, con trappole ingegnose, frecce e lance avvelenate, mangiavano carne o la conservavano per tempi meno fortunati. La loro capacità di adattamento ad un ambiente naturale così inospitale mi ha davvero colpito. Pensare che nelle difficili condizioni del deserto namibiano, fatto di sabbia, boscaglia e scarsissime precipitazioni, loro abbiano continuato a muoversi, cacciare, vivere per secoli, e guardare me, che per una semplice passeggiata, mi sono ben attrezzata con scarponcini da trekking, occhiali da sole e borraccia, mi ha fatto sorridere e riflettere…

Ho continuato a sorridere, anzi sono scoppiata a ridere quando, con goffi tentativi, ho cercato di riprodurre gli impossibili suoni palatali che la mia giovane guida mi invitava a ripetere. Il linguaggio del popolo San in Namibia, caratterizzato da suoni a “click”, prodotti schioccando la lingua contro il palato, i denti o le labbra, è davvero unico. Ci sono oltre 20 click diversi, che poi – incredibile a dirsi – vengono anche trascritti foneticamente usando simboli non alfabetici come punti esclamativi o barre verticali (“ǀ”) o addirittura cantati, come nella famosa “The click song” di Miriam Makeba!

Mi ha molto affascinato apprendere delle numerose incisioni rupestri San che testimoniano la loro abilità artistica, e mi sono ripromessa di fare un altro viaggio in Namibia proprio per ammirare queste testimonianze lasciate a Twyfelfontain, in Damaraland e nella regione di Erongo. Ma ciò che mi ha maggiormente colpito nei racconti del mio nuovo giovane amico, è stato apprendere che il popolo San in Namibia seppellisce i morti in posizione fetale, con le ginocchia raccolte al petto, come a voler simulare un ritorno nel grembo di Madre Natura e a sigillare per sempre il legame con la severa e benevola terra che li ha sostenuti in vita.

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